Come vi dicevo in altri precedenti post, quest’anno a “Terre di Toscana” ho voluto scoprire piccoli vignaioli e vitigni non autoctoni, come il Syrah, il Sauvignon ed il Pinot Nero, ma anche uno ben presente in Toscana, che spesso viene utilizzato solo per fare quantità, vale a dire lo snobbato Trebbiano. Non si può dire che sia tipico di questa Regione, visto che lo si trova un po’ in tutta Italia ed anche in Francia (Ugni Blanc).

Sono rimasta sorpresa dalla capacità di trattare quest’uva, per produrre dei vini degni di nota e nella territorialità che invece conferisce agli internazionali una personalità territoriale.

Ho provato anche una rarità, l’Abrostine!

MONTAUTO

Nel cuore della Maremma, a 10 km dal mare e a 200 m d’altezza, circondati dai boschi e dalle brezze marine e con a disposizione un terreno argilloso con quarzi…Cosa chiedere di più a Madre Natura? La capacità, non scontata, di saper valorizzare questa proprietà ed osare, in una terra di rossi, a produrre un bianco, ma non il solito Vermentino, bensì il Sauvignon.

Il rispetto per la Terra e la passione per la vigna hanno reso possibile la produzione di un “Sauvignon maremmano”, aggettivo quanto mai qualificativo, visto che questo terroir lo caratterizza non poco. Chapeau a Montauto, che voglio andare a visitare assolutamente!

Ho cominciato gli assaggi con Gessaia 2017, Sauvignon da vigne di 15 anni. Non ha i sentori marcati di bosso tipici del vitigno, ma una bella nota vegetale più delicata, che si sposa con la mela verde e fiori bianchi ed una netta nota minerale. In bocca è rotondo, con freschezza e sapidità ben presenti.

Ho degustato quindi Enos I 2016, nome in omaggio al nonno, che è sempre un Sauvignon, ma prodotto da vigne di almeno 35 anni e si sente. Ha una nota minerale forte, frutto dei lunghi anni di nutrimento alla vite dei quarzi ed è più strutturato del precedente, specialmente in bocca, dove il vino avvolge come velluto le guance e lascia aromi persistenti ed una chiusura sapida e minerale.

 

 

PIEVE DE PITTI

Nonostante li importuni abbastanza con le mie mille domande, in genere i vignaioli sono molto carini e mi rispondono quasi contenti che qualcuno voglia sapere tutti i “retroscena” della bottiglia. La proprietaria di Pieve de’ Pitti è stata fra i più prodighi di informazioni e per farmi capire dove coltiva la vite mi ha mostrato i barattoli della sua terra: marne azzurre e argille miste a sabbia. Un toccasana per le annate siccitose, vista la capacità di questi suoli di trattenere l’acqua.

Non voglio dirvi di più sull’azienda, perché spero di andare a trovarli e scrivere un post ad hoc. Degustiamo i loro vini…

Tribiana 2014 è prodotto con uve di Trebbiano, provenienti da tre vigne diverse ed affina in tre modalità diverse: tonneaux, cemento e poi una lunga permanenza in bottiglia. Ha un’inaspettata nota ossidata che gli conferisce mielosita, fra cui si intravede la frutta. In bocca ha un gran corpo ed una morbidezza marcata, ben contrastata dalla viva freschezza e dalla sapidità.

Un’altra interessante scoperta, è stata Scopaiolo 2014, che prende il nome dal vigneto, così indicato, poiché in precedenza su quel terreno c’era un campo di saggina.
Si tratta di un Syrah che affina solo in acciaio, su terreni sabbiosi che gli conferiscono eleganza. L’obiettivo, raggiunto, è quello di fare un vino beverino, intenso e fine nei profumi di pepe, frutti rossi e violette. In bocca è di corpo, senza essere troppo strutturato, ma preserva sufficientemente aromi, freschezza e sapidità.

Una curiosità, il Pinocchio che sfreccia sulla Vespa è opera di Antonio Bobo’ pittore che nel 2007, prima annata dello Scopaiolo, aveva una mostra su Pinocchio allestita al Museo della Piaggio ed omaggiò per il suo compleanno il produttore, collezionista di Pinocchi, di questa illustrazione.

PODERE SANTAFELICITA

Questa azienda biodinamica, anche questa nell’elenco delle cantine da visitare, produce un celebre Pinot Nero, Cuna, ma vinifica anche le uve di un vitigno raro,di origini etrusche, già conosciuto da Plino: l’Abrostine. Nel Castello dell’Imperatore a Prato vi sono arazzi che lo dipingono.

Il suo frutto è Sempremai 2012, un vino che eleva per 30 mesi in barriques, prima di riposare per tre anni in bottiglia. E’ molto ematico, floreale, balsamico. In bocca è di corpo, avvolgente, con un tannino ben presente, ma per nulla sgraziato, ed il calore contrastato dalla freschezza.

Non possiamo non menzionare l’etichetta: il disegno del figlio del produttore, quando era bambino! Genuinità e tenerezza.