Come molti di voi sapranno, sia dal blog che dal mio canale Youtube DIVINO TV, sono una paladine del terroir. Sono convinta che il vino ci affascina proprio grazie alla virtuosa correlazione fra questi tre elementi: vitigno, vignaiolo e condizioni pedo-climatiche.

Ve lo voglio dimostrare ancora una volta, parlandovi dei miei assaggi e dei bellissimi incontri che ho avuto il piacere di fare all’ultima edizione di Slow Wine.

LETRARI: STESSO VITIGNO, STESSO TERRENO, DIVERSA SCELTA DELLA VIGNAIOLA.

Eccolo qui il primo esempio di terroir ed il primo bell’incontro. Ho avuto la fortuna di conoscere Lucia Letrari che, nonostante sia una produttrice ampiamente affermata, ha ancora la voglia di confrontarsi con i suoi interlocutori e aspetta con interesse la loro opinione. Persona molto alla mano, appassionata donna del vino, mi ha fatto provare il suo Dosaggio Zero Riserva 2012 (avevo già parlato del 2011 in un precedente post) ed il Brut Riserva della stessa annata.

Come vi dicevo, entrambi gli spumanti, a base di Chardonnay e di Pinot Noir, sono del 2012 e provengono dai medesimi vigneti. L’affinamento per entrambi è di 36 mesi…eppure sono vini diversi, solo per un po’ di residuo zuccherino. Sono sufficienti i 5,5 g/lt, che gli avrebbero concesso di qualificarsi come Extra Brut, per cambiargli fisionomia.

Il Brut Riserva 2012 è ampio di panificazione, agrumi, un naso molto aperto. In bocca freschezza viva e sapidità. Chiude elegante ed intenso.

Il Pas Dosé Riserva 2012 ha un naso più austero, profumi evoluti di crosta di pane, mineralità e poi il sorso verticale, fresco vivo e pare con una maggiore sapidità del precedente, ma si tratta di una sensazione dovuta al fatto di non avere residuo zuccherino.

FORADORI: STESSO VITIGNO, STESSO TERRENO, DALLA MADRE AL FIGLIO.

Anche questa è una delle aziende portabandiera del Trentino Alto Adige: di quelle che ci fanno affermare quanto sia eccellente questa regione senza DOCG!

Ho degustato i vini di due annate, che dal punto di vista climatico sono state molto simili, 2013 e 2015. Il vino è il “Foradori” in entrambi i casi e quindi stesse vigne e vitigni ed anche affinamento (legno e cemento). La differenza è la mano che lo ha prodotto. Ecco di nuovo il fascino del terroir!

Nel 2013 il timone era ancora in mano ad Elisabetta Foradori, titolare dell’azienda, grande donna del vino. La sua sensibilità l’ha condotta ad ascoltare la Terra e, quindi, ad abbracciare la biodinamica.

Nel 2015 lo stesso vino ha dialogato e si è fatto guidare dal figlio Emilio, che ha avuto la fortuna enologica di discendere da Elisabetta e da Rainer Zeirock, uno dei più grandi enologi che abbiamo avuto l’onore di avere in Italia. Lui ha puntato tutto sulla grande bevibilità e si sente.

La delicatissima rosa che apre le danze alla frutta rossa ed alla nota balsamica di erbe officinali. La beva è snella, rotonda, il tannino presente è già aggraziato e duetta con freschezza ed una buona sapidità. Verticale senza essere austero, accogliente senza cedere ad una morbidezza eccessiva che non amo, nel finale sono gradevoli ed eleganti gli aromi, che richiamano il naso.

Il 2013 profuma di frutta scura, ha una leggera nota ematica ed anche iodata, che gli danno profondità. Il sorso riflette il naso ed ha più corpo del 2015, bilaciato, incredibilmente, da una freschezza maggiore e da una bella sapidità. Gli aromi, intensi ed eleganti, non ci lasciano tanto in fretta.

IL GRECO DI TUFO: STESSO VITIGNO, ZONE E VITICOLTORI DIVERSI

Infine ecco la bellezza della territorialità del vitigno: pur uguale a se stesso, cambia al variare degli altri due fattori del terroir.

Ho assaggiato il Greco di Tufo DOCG 2018 di Pietracupa ed il 2017 di Cantine dell’Angelo: il primo ha maggior corpo e complessità olfattiva, mentre la mineralità non è così spiccata, come nel secondo caso, dove la beva è più snella e verticale.

Greco” Greco di Tufo DOCG 2018 – Pietracupa

Il primo è prodotto nel Comune di Santa Paolina, su terreni composti in prevalenza da argilla, sabbia, azoto e calcio. Il 2018 in questa zona è stata una buona annata, equilibrata. Questo vino apre con un’intensa nota floreale che introduce alla frutta, in particolare alla pera estiva di San Giovanni oltre che alla pesca bianca, ed alla nota balsamica di macchia mediterranea. In bocca è caldo, succoso, di corpo (l’argilla fa la sua parte) per poi chiudere fresco vivo, sapido e con una buona persistenza.

Miniere” Greco di Tufo DOCG 2017 – Cantine dell’Angelo

Questo vino viene prodotto nel Comune di Tufo, su terreni posti sopra le miniere di zolfo. La resa è davvero bassa: in media di circa 60 q.li/ha. Il produttore, attento al terroir, mi ricorda però che dipende dall’annata, dal clima. Nel 2017 si è scesi a 40 q.li e nel 2019 il trend è ancora quello. Infatti quest’anno dopo un maggio caldo, ha ricominciato il freddo che ha bloccato il ciclo vegetativo, che non ha recuperato appieno.

Il 2017 ha mineralità da vendere, con diverse sfaccettature: dalla nota sulfurea, alla grafite, alla polvere da sparo. La balsamicità e la frutta fresca e croccante si fanno spazio con eleganza. Il sorso non ha grande corpo, ma una snellezza elegante. E’ fresco vivo, sapido e la mineralità ritorna in retrolfattiva con gli altri profumi sentiti al naso.