CASTELLO DEL TREBBIO: LA PUNTATA SUL MIO CANALE YOUTUBE “DIVINO TV”

Anna Casadei mi raggiunge, mentre sono rapita a guardare un profumato cespuglio di lavanda, in cui danza leggiadra una farfalla bianca ed alcune api lavorano operose. All’orizzonte le colline che incorniciano la valle, dove si srotolano i filari del Castello del Trebbio.

BIOINTEGRALE: UN PROGETTO DI SOSTENIBILITA’

Indugiamo un po’ sul prato a chiacchierare di Natura. Ci viene spontaneo, perché entrambe ci rendiamo conto che ne siamo ospiti. Forse è da questo spunto che ha preso le mosse il progetto di Biointegrale, che è un marchio registrato. Si tratta di un insieme di regole e sistema di controllo, per preservare e valorizzare le risorse naturali. E’ una cosa seria, con tanto di professionisti che misurano la Biodiversity friendly. Mi mostra sul cellulare le foto dei controlli sul terreno: la terra viene setacciata per vedere che animali la popolano e vengono campionate le acque (fiumi, ruscelli). Non sfugge al controllo nemmeno la popolazione dei licheni sugli alberi.

L’analisi viene condotta anche sul risparmio energetico. Le origini svizzere della proprietaria vengono svelate dal disappunto per l’altissimo punteggio ottenuto, che si avvicina a 10, ma non ha ancora la lode. Si può far meglio e su questo concordo con lei, ma diciamo che è parecchio biofriendly!Mmi conforta il fatto che ci siano produttori di vino consapevoli dell’onere e onore dell’importante ruolo che hanno nello sviluppo sostenibile.

Il decalogo di “Biointegrale” ha a che fare con la sostenibilità in modo profondo, perché non riguarda solo la tutela dell’ambiente. Infatti, ha come obiettivo anche quello di rivalutare gli antichi mestieri (la coltivazione col cavallo, sollevato da tante mansioni, grazie all’utilizzo di macchine elettriche) ed antichi metodi( l’utilizzo dell’anfora) e varietà (Ansonica, Semidano, Trebbiano)

Non si può agire da soli però, altra grande verità. Per questo, la parte “Integrale” del nome del progetto si concretizza nella stretta collaborazione con l’Università ed anche nell’economia di filiera. A tal proposito, il Castello del Trebbio ha intrapreso strette collaborazioni coi produttori locali, fornitori principali del ristorante di proprietà.

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UN TUFFO NELLA STORIA

Entriamo nel Castello, non senza una punta di ossequio e meraviglia: cammino su pietre illustri. Sono quelle che con altri calzari ed altre intenzioni calcarono Pazzino de’ Pazzi ed i suoi complici, per ordire la famosa congiura nel 1478 ai danni dei Medici. Giuliano ci rimise le penne, ma Lorenzo la scampò ed i Pazzi rischiarono di perdere il Castello del Trebbio. Per una serie di coincidenze fortuite, passione ed oculatezza eccolo erto sano e vivo. Forse anche perché è attualmente dimora degli attuali proprietari, se ne percepisce la storia e sembra di abitarla.

Riemergiamo dalla frescura degli spessi muri della fortezza ed eccoci nella calura estiva, sottolineata dal canto delle cicale. Di fronte a noi la Valle del Sasso, dove si spiegano le vigne con le quali si produce il vino bianco aziendale. Si chiama “Congiura”, a ricordare il passato ed anche perché lo è contro il Sangiovese, il re incontrastato della Rufina. Siamo sul belvedere del ristorante, con uno scheletro d’acciaio sul quale corrono piccole lucine e penso a come sia bello cenare qui la sera, come in una scena di un film di Ozpetec.

LE CANTINE

Avete in mente le cantine francesi, con tunnel scavati nella pietra, botti, barriques e lunghe file di bottiglie, alcune vecchie e polverose (che detto così sembra una cosa brutta ed invece contengono un tesoro)? Ecco, questa non ha niente da invidiare, visto che si preserva da prima del 1200. Anzi, non si preserva, ma l’hanno conservata e recuperata nel corso dei secoli i vari proprietari. Mentre passeggiamo, Anna Casadei mi racconta i vini aziendali fra tradizione ed innovazione e la virtuosità degli scambi commerciali. Il marito, nel Caucaso per motivi di lavoro, scoprì la vinificazione in anfora e gli orange wines, quando ancora non erano di moda, e fu uno fra i primi ad appassionarsi, tanto da volerli produrre.

LA DEGUSTAZIONE

Dopo aver attraversato le cantine ed essere finite in una bella sala di degustazione dipinta di blu, riusciamo nel chiostro per la degustazione. Ecco i due paladini della Rufina:

“Castello del Trebbio” Chianti Superiore DOCG 2018

E’ il classico Chianti tradizionale, come pochi se ne trovano ancora. Tradizionale è anche l’assemblaggio: 85% Sangiovese con Colorino e Ciliegiolo a saldo. Dopo la fermentazione spontanea, affina per 6 mesi in legno grande ed altrettanti in acciaio.

La nota balsamica, tipica della zona, introduce alla frutta rossa, al geranio, alla grafite, al pepe nero. In bocca è succoso, fresco, sapido e giustamente tannico, con una chiusura pulita e sufficientemente persistente.

Lastricato Chianti Rufina Riserva DOCG 2015

Eccolo il prediletto: un Sangiovese in purezza che fermenta per il 50% in acciaio e per il 50% in anfora. Viene parcellizzato ancora di più per l’affinamento, che si svolge per la metà in botti da 20 hl, mentre un altro 30% riposa in botti da 10 hl e la restante parte in tonneaux di secondo passaggio, Tanta cura si sente nel bicchiere: nei profumi eleganti ed ampi che ci raccontano una singolar tenzone fra la frutta rossa, la nota balsamica, boise’ e la delicata violetta. Il sorso è caratterizzato da pari eleganza, nella sua grande bevibilità, che termina con freschezza, sapidità ed un tannino composto. Il finale conferma il naso.