MICHELE SATTA

IL FORESTIERO PIONIERE DI BOLGHERI
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Lo chiamo così questo pilastro del bolgherese, perché non è originario di Bolgheri, ma è stato fra i primi ad aver creduto in questo territorio, fondando la DOC nel 1983.


Questo giovane varesino con origini piemontesi e sarde veniva a Bolgheri in vacanza e decise di fermarsi quando, iniziata Agraria a Milano, gli chiesero di fare il fattore. Cominciò con l’agroalimentare, continuando gli studi a Pisa.

Credo che il segreto dei suoi ottimi vini stia proprio nell’approccio teorico e pratico alla natura. Lavorando la terra, ha imparato ad osservarla, ascoltarla e rispettarla, per trarne i frutti migliori ed esprimergli la sua gratitudine.
Conoscere Bolgheri significa approfittare del mare e delle Padule che riflettono il sole, mitigano il cima e sono sorgenti – insieme ai fiumi Cornia e Cecina – di favorevoli correnti d’aria, che asciugano l’umidità. Le colline retrostanti sono un valido scudo a protezione dai venti freddi orientali e la terra, ricca di sabbia e argilla, conferisce eleganza e struttura ai vini.

Michele Satta ha fatto la sua prima 

vendemmia da vecchie vigne prese in affitto nel 1983 e ad inizio degli anni ’90 ha piantato il primo vigneto. Ad oggi sono 23 i suoi ettari vitati, nella cui conduzione è aiutato dai figli Giacomo e Benedetta.

Oltre ai classici vitigni bordolesi, che si coltivano a Bolgheri, Michele Satta ha piantato anche  Sangiovese e Syrah, uve mediterranee, per rimarcare la territorialità ed anche il Teroldego. Davvero curioso, mi sono detta appena l’ho saputo…e mi è parso anche strano, vista l’attenzione al terroir ed il fatto che la Piana Rotaliana non è proprio mediterranea. Eppure le condizioni climatiche fra la patria del Teroldego e Bolgheri sono talmente simili che l’esperimento è riuscito: si trova benissimo anche in Toscana e la sua funzione principale è quella di dare ai vini amalgama sulla parte tannica ed aromatica.

 

LA DEGUSTAZIONE
Appena arrivata nella sala di degustazione viene a prendermi Giacomo Satta, che mi sottrae ad una nutrita gita di turisti messicani e mi porta in cantina, per illustrarmi la nascita dei vini e farmi provare dei campioni di botte. Vengono utilizzate barriques vecchie che conservano il frutto e rendono protagonisti i vini.

Piastraia è il vino di riferimento da quando piantò la prima vigna nel 1991.

Assaggio il 2018, un’annata con primavera piovosa ed estate dal clima mediterraneo. Ci regala una nota vegetale freschissima insieme al fiore rosso ci dice già la direzione che prenderà questo vino. Il tannino è ancora muscolare.

Cavaliere è un Sangiovese in purezza che affina 3/5 in cemento e 2/5 in legno. Che vitigno territoriale: in questa zona ha tratti più delicati e femminili: fragrante ed elegante. Ha macerato per 6 mesi e la nota vegetale è portata in dote dal 30% delle uve vinificate coi raspi.

Ed eccomi alle prese con quello che credo sia l’unico Bolgheri Superiore senza taglio bordolese: Marianova. Si tratta di un blend di Sangiovese e Syrah, provenienti da un unico vigneto. La sua bellezza sta nell’omaggio al Mediterraneo, che viene dall’esaltazione elegante dei suoi vitigni. Il pepe nero del Syrah si sposa con una nota minerale ed il tratto ematico del Sangiovese, una punta di grafite su cui si posano fiori e frutti rossi. In bocca molto beverino, fresco, con gli aromi che tornano eleganti lunghi ed un tannino giusto. E’ un vino aggraziato e proprio per esaltare questo aspetto è stata scelta l’anfora per l’affinamento.

Torniamo nella sala di degustazione e provo il Giovin Re 2016, un Viognier in purezza, con gli agrumi che introducono l’albicocca, che svanisce nella cera d’api e poi nel miele e nei fiori bianchi. In bocca ha un bel corpo, è fresco vivo e chiude leggermente amaricante con gli aromi che hanno la stessa eleganza dei profumi.

Marianova 2016. Un naso con una dinamica fra il dolce quasi di confetto, di frutta rossa ed il fresco della nota vegetale e la speziatura del pepe nero ed ai terziari cioccolato e grafite. In bocca ha corpo, una bevibilità elegante. Freschezza quasi viva, sapido ed un tannino ben presente, eppure già aggraziato. Il finale ci presenta aromi eleganti, che richiamano il naso ed una buona persistenza.

APPROFONDIMENTO

Appena acquisita la prima vigna, aveva provato ad inserire altre varietà (Tempranillo, Grenache), prendendosi la nomea di quello sempliciotto che prova di tutto, quando invece erano la curiosità e la competenza del conoscitore a suggerirgli di fare tali scelte. E se per caso non siete convinti della mia affermazione, andate a rileggere il post su Guado al Melo e sulla scelta di Attilio Scienza nella complantazione.

Vedo subito i tini tronco conici, scelti perché sono più piccoli dei silos in acciaio e si segue meglio la fermentazione ed anche perché il legno consente una micro ossigenazione, che evita eventuali problemi di riduzione,

Le uve sono certificate biologiche ed in vigna vengono seguite alcune pratiche biodinamiche.

 

La galleria fotografica

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Il blog di Laura Bertozzi

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