LA VITICOLTURA IN LUNIGIANA PARTE DA LONTANO

Un fervido crocevia, al confine della Lunigiana, in posizione strategica per arrivare dal Nord Europa fino al Mar Mediterraneo, in una tratta di floridi scambi commerciali: ecco cos’era Pontremoli in epoca medievale. E prima, terra dei Liguri Apuani ed in seguito strategicamente scelta dai Romani, sempre per la sua favorevole posizione intermedia fra la Pianura Padana e l’importante porto di Luni. I Romani, ovunque andassero, piantavano la vite ed in seguito, grazie ai riti cristiani, si preservò questa coltivazione, soprattutto nei principali luoghi di culto, ma anche di passaggio dei pellegrini, come lungo la Via Francigena, che passa da Pontremoli.

Non è quindi una novità la produzione del vino in questa zona, ma in tempi più recenti, con l’abbandono delle campagne, è stato perso un gran patrimonio che, per nostra fortuna, viticoltori attenti come Ruschi Noceti, stanno recuperando.

I VINI DELLA FATTORIA RUSCHI NOCETI
Non voglio raccontarvi molto di questa azienda, che ho conosciuto all’ultima edizione dei “Grandi Cru della Costa Toscana” a Lucca, perché voglio andare a trovarli per poi dirvi qualcosa in più!

Definirli produttori è riduttivo, visto che i Ruschi Noceti sono dei ricercatori a cielo aperto: studiano vitigni autoctoni, sperimentano vendemmie tardive, sfruttando le favorevoli condizioni pedoclimatiche…e non lo fanno da dilettanti, ma supportati dalla loro solida esperienza e dalle competenze della collaborazione con l’Università di Pisa.

Il progetto di recupero, che prosegue già da più di vent’anni, si chiama Vigneto Collezione ed ha già permesso di individuare ben 188 vitigni autoctoni: un vero patrimonio di biodiversità.

Ma ora degustiamo due dei 5 vini, assemblaggio di Durella e Luadga. Mentre quest’ultimo credo sia un vitigno assolutamente sconosciuto a quasi tutti, la Durella ci ricorda i Monti Lessini e la declinazione spumantizzata che è tipica di quella zona. Ebbene, lo stesso vitigno è stato recuperato anche in Lunigiana e quindi può dirsi autoctono anche dell’Alta Toscana.

Da queste due uve vengono prodotti Otto, nelle annate migliori, e Quasi Otto in quelle meno fortunate. Il procedimento è lo stesso: vendemmia tardiva delle uve con macerazione a freddo per 48 ore.

Quasi otto 2014 Val di Magra IGT

Profuma di miele d’acacia, pesca bianca, ha una nota balsamica ben presente ed un leggero sentore di idrocarburi . In bocca ha corpo, è bello rotondo e, sorprendentemente per un bianco, il tannino è percettibile (portato il dote dalla Durella!). Per essere stata un’annata da dimenticare, direi che il vino non lo è affatto. Come dico sempre, nei momenti peggiori si vedono i vignaioli migliori: quelli che sanno selezionare in vigna e lavorare in cantina e riescono comunque a sorprenderci!

Otto Ottobre 2015 Val di Magra IGT
Apre le danze la mela grattugiata, i profumi sono più freschi e pimpanti. Poi ecco il miele, la menta e l’idrocarburo. È in bocca che si sente la differenza rispetto al 2014: maggiore struttura e persistenza.