VERSO MULINI DI SEGALARI

Per arrivare a Mulini di Segalari bisogna lasciare la Bolgherese e percorrere una strada sterrata e guadare un fiume. Detto così sembra un luogo accessibile solo a piloti della Parigi Dakar e sono stata lì lì per desistere, ma non potevo non visitare gli unici biodinamici a Bolgheri.

Il tragitto non è affatto impervio, ma facile da percorrere per tutti: la strada è ben tenuta ed il fiume è un ruscello con un piccolo letto, preservato per non soverchiare la Natura.

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PER LE VIGNE

Appena arrivata mi accoglie Marina, la proprietaria, con un ampio sorriso e mi porta subito fra le vigne, che non concimano da 10 anni.

Mentre camminiamo fra i filari inerbiti, mi racconta di lei e del marito, fiorentini venuti a Bolgheri nel 2002 per realizzare il loro sogno. Emilio, agronomo ed enologo, è titolare di un’enoteca a Firenze (Le volpi e l’uva), che mira a valorizzare i terroirs ed i piccoli produttori.

La moglie, invece, è un architetto e, anche se non me lo avesse dichiarato, me ne sarei accorta nell’approccio rispetto al paesaggio. E’ un quid pluris, che le fa ricercare la bellezza e l’armonia anche nella coltivazione della vite.

La tenuta si dispiega su 3,3 ettari, biologici dal 2010. Dal 2013 usano solo lieviti indigeni e dopo 5 vendemmie di prove hanno chiesto ed ottenuto la certificazione biodinamica per questi vigneti che sono curati come un giardino.

Continuiamo a passeggiare su questo terreno ricco di arenaria, scisto ferroso, argilla e sabbia: una manna per vini strutturati, minerali ed eleganti. Passiamo davanti al compost, fatto solo con vinacce e col letame del cavallo del vicino. Oltre al rispetto per l’ambiente, la collaborazione e la reciprocità sono qualità che apprezzo molto nei coltivatori biodinamici -.

Mentre chiacchieriamo la mia attenzione è rapita non dalla vista, come di solito accade, ma dai profumi. Un’intensa balsamicità mi fa ruotare la testa verso un rigoglioso giardino di erbe officinali, biodinamiche ovviamente. Non mi soffermo su questa che più che una pratica agronomica è un modus vivendi, sul quale vi rimando alla puntata del mio canale Youtube DIVINO TV e ad altri post.

Anche lei, come molti altri viticoltori devoti a Steiner, è stata apostrofata come quelli che credono alla Luna e che sono un po’ bizzarri. Mi mostra subito come invece sia tutto molto scientifico.

In cima alla vigna di Merlot hanno piantato una stazione metereologica, perché possono usare solo 3 kg di rame all’anno. Per questo motivo devono sapere con meticolosa precisione quando l’umidità sale e la peronospera è più aggressiva. 

Non mi basta questo rigore? Ecco qualcosa che toglierebbe argomenti anche al più scettico: hanno mappato tutta la tenuta con un drone, per conoscere la fertilità del terreno. Per questo motivo lungo le vigne corrono fili colorati: ogni pianta è individuata rispetto alla fertilità.

Grazie a questa evidenza si possono fare correttamente più passaggi di raccolta e le uve delle viti che affondano le radici nel terreno più magro sono utilizzate per il Bolgheri Superiore.

Le vigne non sono potate ma raccolte, come si fa in biodinamica, cercando di intervenire il meno possibile.

Lasciamo il Merlot e troviamo il Cabernet Franc, allevato a cordone doppio e in parte lasciato ad alberello (è un architetto e l’estetica è importante! Mi dice che la parete del filare è limitativa, è una gabbia e quindi alcune piante le ha volute lasciare libere).

Se ci si affida alla Natura, tutto ha un senso: fra le vigne cresce l’Inula viscosa con cui fanno dei decotti che spruzzano sulle vigne, perché è un anti-virale perché allontana col suo odore gli insetti. 

Prima di entrare in cantina mi fa notare la disposizione dei filari: nord-sud. In questo modo ricevono il primo sole da est e si asciugano dalla guazza notturna, inoltre sono accarezzate da tutto il vento che qui spira in direzione nord-sud.

LA CANTINA E LA DEGUSTAZIONE

Vedere le cantine è utilissimo per comprendere il vignaiolo: questa ha solo botti grandi, quindi non vogliono che i vini si esprimano così come sono, senza cessioni del legno. Conferma la mia idea anche l’anfora, che usano dal 2011 per affinare: materiale inerte, micro-ossigenazione e movimento del vino nel recipiente. L’unica cosa su cui incide l’anfora è un leggero abbassamento del ph. 

Ma ora finalmente degustiamo il frutto di questo fitto e rispettoso dialogo con la Natura.

Un po’ più su del Mare 2019 Bolgheri DOC

(Vermentino 85%, Manzoni Bianco 12%, Viognier 3%).
Il Vermentino è raccolto in 2 passaggi. Affina in anfora da 6 hl per 6 mesi.
Un’esplosione di profumi: mineralità e balsamicità incredibili: sembra di passeggiare di nuovo nel giardino delle erbe officinali, che incontrano il pompelmo, il cedro e non mancano i fiori: le zagare! Il sorso è caldo, fresco vivo e sapido, con una retrolfattiva elegante come il naso. Un Vermentino che sorprende per la sua verticalità e per la sua personalità.

Ai confini del bosco 2019 Bolgheri DOC Rosato

(Merlot 56%, Syrah 22%, Petit Verdot 22%)
Rimane sulle bucce una notte per avere questo colore che ricorda il tramonto che da Bolgheri si vede sul mare. Fermenta ed affina in acciaio. Nomina sunt sequentia rerum: profuma di sottobosco ed ha grande mineralità con la polvere da sparo, che anticipa la violetta, la fragolina ed il lampone. In bocca ha una bella rotondità e chiude con freschezza, sapidità ed elegante finale.

Soloterra 2018 Costa Toscana IGT

Come dice Marina: “Siamo in Toscana? Non si può non avere il Sangiovese”. Ed io non posso che concordare, visto che una delle peculiarità di questo vitigno è la sua territorialità. La stessa uva nella Rufina, a Lamole piuttosto che a Gaiole o nelle Colline Pisane o qui a Bolgheri, ci regala vini con caratteristiche che prende dalle condizioni pedoclimatiche. Poi lo zampino della biodinamica è un ulteriore marchio di fabbrica, quello sincero della Natura.

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Anche questo vino, Sangiovese in purezza, affina in giare di terracotta. In prima battuta al naso sale la mineralità della pietra focaia e della polvere da sparo ed ecco la ciliegia selvatica, la prugna, fiori rossi ed una leggera speziatura. Il sorso beverino e caldo ha un tannino aggraziato, la sapidità che contraddistingue i vini aziendali ed una buona dose di freschezza.

Ai confini del bosco 2018 Bolgheri DOC Rosso

Ai vitigni del Rosato si aggiungono i Cabernet e quindi l’assemblaggio è il seguente: Cabernet Sauvignon e Franc 44%, Merlot 34%, Petit Verdot 14% e Syrah 8%. Un taglio bordolese al completo, con una punta di Syrah, che amo tanto.

Un puledro scalpitante, ma già di grande eleganza nella mineralità, che dialoga con la nota vegetale della foglia di pomodoro e si fonde con la mora: sembra la risacca di un’onda che si infrange a riva e si ritrae. Lo esprime bene l’etichetta. Si distinguerebbe fra mille altri bolgheresi e non è da tutti! In retrolfattiva esce una nota floreale fresca ed elegante. Grande personalità e gentile eleganza. 

Se Marina ed Emilio avessero dovuto descrivere un vino che volevano avrebbero parlato di questo e sono contenta per loro che siano riusciti a realizzare il loro sogno.

Mulini di Segalari superiore 2016 Bolgheri Superiore DOC

(Cabernet Sauvignon 80%, Merlot 10%, Petit Verdot 10%.)
Come per “Ai confini del Bosco” la macerazione viene regolata grazie a rimontaggi ed al delestage, una tecnica di cui ho già parlato in un altro post. Eleva per un anno in botti di legno da 23 hl.
E’ nel suo momento migliore di maturazione: alla mineralità, alla frutta rossa ed alla nota vegetale si affiancano i terziari, con pepe, noce moscata, tabacco dolce…in equilibrio ed armonioso dialogo. In bocca, pur essendo beverino, ha maggior materia dei precedenti, un tannino setoso ed una freschezza che lo manterrà interessante ancora per qualche anno. La chiusura ha buona persistenza e richiama la dinamica elegante del naso.

Meritano una nota anche le etichette: acquerelli di Marina, diversi ogni anno, perché, ricordiamocelo, ogni annata è differente.