IL TERROIR

IL VIGNAIOLO

Da una frase che leggo nel sito aziendale so già che vini berrò: “resiliente per natura”. La resilienza è la capacità di adattamento, che è propria delle piante, dei minerali, degli animali e, alcuni stenteranno a crederci, anche degli esseri umani!

Proprio così: siamo parte della Natura, sebbene facciamo di tutto per distruggerla e piegarla al nostro volere, mentre la saggezza vorrebbe che la ascoltassimo e l’aiutassimo ad esprimersi al meglio, lei che senz’altro ne sa più di noi. Ed è così che fanno i vignaioli biodinamici, fra cui “Aquila del Torre”. Azienda giovane, eppure già così capace di darci vini degni di nota, con una personalità, che li rende unici.

Ho parlato in diversi post di biodinamica e vi invito ad andare a guardare la puntata di DIVINO TV, che ho dedicato a questo tipo di vini, per saperne di più.

In estrema sintesi, i vini biodinamici non sono i vini cosiddetti naturali, per i quali non esiste un protocollo, ma sono quelli prodotti seguendo determinati criteri stabiliti e la cui messa in opera va verificata da un ente certificatore. Seguire i dettami della biodinamica presuppone l’essere abili vignaioli, per essere in grado di produrne di ben fatti e con un quid in più, dato dall’esaltazione del terroir.

Essere biodinamici, come dice Aquila del Torre, vuol dire essere resilienti e strettamente legati al territorio, esattamente come fa questa cantina, che rende protagonisti i vitigni autoctoni friulani, valorizzando le caratteristiche tipiche dell’areale in cui insistono le vigne.

LA ZONA DI PRODUZIONE

Come sapete, sono un’amante dei vini friulani, perché gli autoctoni sono davvero interessanti e perché ci sono condizioni pedoclimatiche così marcatamente caratterizzanti, che lo stesso vitigno coltivato nel Collio è diverso da quello del COF.

Ed è differente anche rispetto a quello, che affonda le sue radici qui a Savorgnano del Torre, dove le vigne di Aquila del Torre si estendono per 18 ettari. Il legame col territorio è sugellato anche dal nome, che è quello del torrente, che bagna questa frazione del comune di Povoletto.

Una zona ideale per la viticoltura, se si è resilienti. E, quindi, se si concede spazio al bosco, ottimo microregolatore del clima ed essenziale per la lotta integrata naturale agli insetti della vigna. Infatti, grazie alle gite intorno ai grappoli di quelli provenienti dal bosco, si crea confusione sessuale e non è necessario aggredire le piante con inutili trattamenti. In questo caso diciamo che non si è lesinato: più di 60 ettari di bosco cingono i filari.

Diventa una manna dal cielo anche la grande piovosità della zona, se si pianta il sovescio che, oltre a dare sostanze azotate, non fa compattare il terreno, che riesce a drenare bene e mandare in profondità l’acqua, utile quando le radici ne avranno bisogno. Le viti sono esposte verso sud e sud ovest, per prendere tutta l’energia possibile dal sole e fare al meglio la fotosintesi clorofilliana, e per godere di un altro regalo della Natura: il mare. A soli 40 km, a sud, l’Adriatico manda le sue brezze, che danno tanta pioggia, ma asciugano anche, e consentono che il clima, pur fra i 200 ed i 350 m/slm, sia mite.

Non possiamo non parlare della celeberrima “ponca”, come la chiamano qui, che è flysch. Vale a dire una formazione di roccia sedimentaria a base di marne (calcare e argilla) e arenaria, che è tipica di gran parte del Friuli e che troviamo anche fra le vigne di Aquila del Torre. Riescono a beneficiarne moltissimo, perché, grazie alla biodinamica e quindi al fatto che non vengono aggiunti sali minerali nel terreno, le radici vanno in profondità a cercare nutrimento e così riescono a prendere tutti i sali e gli oligoelementi, che la terra riesce a dare. Ecco perché nella degustazione ritroveremo grande mineralità.

Dopo aver parlato di due dei tre protagonisti del terroir (vignaiolo e condizioni pedoclimatiche, mentre per i vitigni vi rimando ad altri posts), degustiamo i vini. Il fil rouge che li lega, oltre alla mineralità ed all’eleganza, è la grande personalità: li riconoscereste fra mille!

LA DEGUSTAZIONE

Il modo di fare i vini in cantina segue la stessa logica dell’interpretazione della Natura: per fermentazione ed affinamento vengono utilizzati solo acciaio e cemento, in modo da non aggiungere né togliere nulla al vino. Inoltre Aquila del Torre utilizza solo lieviti indigeni.

RIESLING 2017

Oro nel bicchiere, con profumi intensi che mi giungono, mentre sto appuntando nome ed annata di questo vino. E’ lui: lo tradisce l’idrocarburo…ma c’è idrocarburo ed idrocarburo! Questo è composto, dai contorni delineati e non sfacciato. Tanto che lascia spazio al fieno ed alla dolcezza del fico, alla pietra focaia e ad un accenno di pompelmo. Non li molla, resta lì con ognuno di loro non appena si presentano ed è interessante il dialogo fra note dolci e pungenti. In bocca è suadente e vellutato, caldo eppure pimpante. La freschezza viva, la sapidità e la mineralità chiudono il sorso con una verticalità importante, smorzata dalla dolcezza del fico che ritorna nella retrolfattiva. Stiamo bevendo un vino bianco che ha già tre anni ed ha ancora una poderosa spalla acida! E ancora tanto da dirci!

FRIULANO 2018

Il naso è subito sorpresa, perché raramente nei vini tratti da questo vitigno sono gli agrumi a fare i padroni di casa. Invece in questo caso è proprio così: l’elegante ospite è il cedro, insieme al gesso. Lasciano che ci abituiamo a questa inattesa ouverture, per poi presentarci la mela golden ed una delicata nota sulfurea, che prende sempre più spazio. Come un delicato mantello di tulle, si posa sull’agrume, che ora è mandarino, e compaiono anche la ginestra, la pera williams e la nota balsamica.

Il sorso è caldo e rotondo, avvolge piacevolmente il cavo orale, prima di scendere sapido e fresco vivo. La retrolfattiva conferma il naso per complessità ed eleganza e chiude amaricante. Il vino è un prodotto gastronomico ed il finale ammandorlato lo rende perfetto per l’abbinamento con le pietanze, invitando ad un nuovo boccone.

REFOSCO DAL PEDUNCOLO ROSSO 2016

A differenza dei due vini precedenti, che fermentano in acciaio, il Refosco svolge in acciaio l’alcolica, per poi darsi alla malolattica in cemento.

Anche il Refosco non è per nulla scontato. I primi profumi sono quelli del the nero e della grafite: tanto netti che anche con un raffreddore li identificheremmo facilmente! E poi la peonia (la spia che non hanno diraspato e mi hanno confermato che è così: parte dei grappoli sono stati vinificati nella loro interezza. Chapeau: può dare questi ottimi risultati, ma è pratica ardita!). Anche la frutta che sentiamo al naso è nera (mora e cassis) e va di pari passo col colore che veste il bicchiere. Impenetrabile ed intenso porpora. La speziatura ha i profumi dei chiodi di garofano.

Il sorso è beverino, come piace a me, con un tannino incredibilmente vellutato! Davvero singolare, perché il Refosco non è proprio conosciuto per questa virtù, anzi. Uno dei motivi per i quali la sua produzione fu quasi del tutto abbandonata, fu proprio la ruvidezza dei suoi tannini. Chiude fresco e sapido con eleganza e complessità.