MARCO VERONA

UN GRANDE VIGNAIOLO IN UN PICCOLO TERRITORIO Leggi L'articolo

Se dovessi dare un volto alla mia idea di vignaiolo, sarebbe quello di Marco Verona. Per me un vignaiolo è innanzitutto una persona appassionata del vino e che, di conseguenza, studia e rispetta il territorio che coltiva e cerca di trasferirlo nella bottiglia. Uno che nonostante sia appena finita la vendemmia, per di più in condizioni di viticoltura eroica, ed a pochi giorni dal matrimonio, mi accoglie con la voglia di condividere il mondo del suo vino con questa blogger curiosa! Ecco lui è proprio così ed è innamorato di questa terra apuana, baciata dal sole, composta da sabbia e pietra arenaria.

Mi viene a prendere ai piedi delle sue vigne, con la monorotaia, che si inerpica su pendenze che arrivano al 40%, fra filari di 60 cm di larghezza, inventati nella ripida montagna, che qualche anno fa era franata, ma non ha spaventato la sua tenacia…ecco un’altro tratto distintivo di un vignaiolo. Intanto il mio sguardo passa dalle viti appena spogliate dei loro frutti ed il mare che le guarda e le accarezza con le sue delicate brezze e sono inebriata della bellezza commovente della natura, che non lascia indifferente nemmeno Marco – ve l’ho detto che è un vignaiolo doc! -, nonostante sia abituato a questo paesaggio.

La vista dalla terrazza, che domina vigne e mare, è davvero mozzafiato ed è rassicurante sapere che Marco Verona la preservi, con l’abolizione di diserbanti ed insetticidi ed utilizzando, ma solo al bisogno, un po’ di rame e zolfo. Anche in cantina il vino viene fatto come lo faceva mio nonno paterno, ma con un bagaglio di conoscenze molto più ampio. Il segreto per il progresso è proprio quello di recuperare le origini ed aggiungere solo un po’ di sapienza ed esperienza in più.

Quindi non disacidifica, non chiarifica e, grazie a Dio, non aggiunge lieviti selezionati! Mi dice: “Insomma faccio il vino naturale” e dopo una breve pausa “ma cosa vuol dire vino naturale?”. Contenta di questa affermazione, che i tanti modaioli di vino naturale non apprezzeranno, aggiungo: “tutto e niente…quindi proprio niente!” e concordiamo sul fatto che sia importante, anche proprio per egoismo personale, produrre vino genuino, visto che poi lo beviamo anche noi, che fra l’altro abitiamo anche questa Terra.

LA DEGUSTAZIONE

Prende le bottiglie, mentre mi accomodo di fronte a questo bel quadro dipinto dalla Natura e dal vignaiolo, e mi porta anche grissini senza glutine, lasciandomi senza parole: non mi era mai successo e non mi aspetterei mai che una cantina sapesse che sono celiaca, senza avermi mai vista!

Mentre apriamo Sedì, il bianco, arriva anche la futura sposa, che, nonostante le nozze imminenti, mi saluta con un sorriso sereno e si siede placida con noi e cominciamo tutti e tre a chiacchierare di tutto, come se fossimo amici di vecchia data, mentre guardiamo il mare, degustiamo e sgranocchiamo gluten free!

SEDI’

E’ un blend dove il Vermentino la fa da padrone, in mezzo a Malvasia di Candia, Trebbiano ed Albarola. Il nome deriva dal fatto che fa sei giorni di macerazione sulle sue bucce. La solforosa è bassissima per essere un bianco!

Ha un bellissimo bouquet, che parte dall’idrocarburo, con una punta netta di polvere da sparo e si apre alla dolcezza dell’albicocca, che mi farebbe pensare che ci sia un po’ di Bosco ed invece ecco un bel corredo aromatico: è la Malvasia di Candia. Nel bicchiere continua ad aprirsi ed è netta la balsamicità della mentuccia ed ancora la mineralita’ che ora ha le sembianze del mare e delle sue brezze, ma non è finita: si fa spazio il lievito della panificazione, con la fragranza che mi invita al sorso.

In bocca è rotondo, non ha molto corpo, ma ha calore che si traduce nella verticalità della freschezza vivissima (il Trebbiano e l’Albarola danno un grande contributo in questo) e della sapidità. Chiude con un inizio amaricante, e poi la retrolfattiva passa da dolce ad amaricante, in un duetto non breve e ripropone alcuni dei profumi appena sentiti.

 

BACCA NERA

Se in Sedì c’erano non pochi vitigni, qui ce ne sono ancora di più, perché sono state preservate le varietà che sono state trovate quando è stata acquistata la vigna e, si sa, in passato si faceva complantazione. Perciò compongono questo vino l’autoctona Massareta, la Granaccia (per la verità più tipica del savonese), oltre a Sangiovese, Ciliegiolo, Canaiolo e Bonamico, più diffusi nella Toscana centrale, e gli internazionali Syrah e Merlot. Ogni vitigno apporta un po’ di sé ed il dialogo fra tutti non è un chiacchiericcio disordinato, ma un dialogo armonico.

Affina prima in acciaio e poi in botti ovali, per favorire la micro-ossigenazione e perché non è tostata e quindi non cede quasi nulla al vino. Marco Verona non usa batteri lattici per attivare la malolattica, ma si affida al calore del legno, che svolge questo compito. E’ la logica conseguenza della sua filosofia di architetto-vignaiolo di non intervenire con aggiunte in cantina. Eh sì, è un architetto, lo scopro ora chiacchierando…

Il bicchiere sprigiona i profumi di tante erbe officinali, quante ne crescono libere fra le vigne: nepitella, finocchietto selvatico, menta… a cui si aggiungono il tabacco dolce, la piccola frutta rossa (cassis,mirtillo) ed il sottobosco. In bocca è bello succoso come una Barbera, fresco vivo ed ha un tannino presente, ma ben composto. Chiude aggraziato, ampio con aromi in dissolvenza.

Il tempo scorre veloce fra una chiacchiera ed un bicchiere e mi sento in colpa di essermi intrattenuta così tanto coi futuri sposi, che sono ospiti deliziosi e mi trattengono ancora, cominciando ad affettare un salamino, ovviamente senza glutine, in attesa di una piccola sorpresa: hanno messo in fresco una bottiglia di Sedì spumantizzato col metodo ancestrale, una delle pochissime che producono giusto per consumo familiare. Ottimo come aperitivo.

Il sole è già tramontato da un bel pezzo, quando mi congedo da Marco e Francesca, grata per la loro cura del territorio in cui vivo e per la capacità di trarne degli ottimi prodotti, sperando siano un esempio per tanti produttori locali, perché i colli del Candia massese se lo meritano!

I vini di Marco Verona mi sono piaciuti molto perché sono ben fatti – non è così facile senza fare i “piccoli chimici” in cantina – e, soprattutto, perché sono molto territoriali ed hanno una grande personalità, che li rende unici. Sono sicura che anche annate differenti hanno caratteristiche diverse, perché raccontano i capricci di Giove Pluvio o la sua benevolenza.

GLOSSARIO

METODO ANCESTRALE: è uno dei metodi per produrre lo spumante (gli altri sono lo Charmat o Martinotti ed il Metodo Classico) e consiste nel bloccare la fermentazione alcolica, raffreddando il vino, ed imbottigliare, in modo che riprenda la fermentazione una volta tappata la bottiglia. L’impossibilità di liberare l’anidride carbonica prodotta, rende il vino frizzante

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Il blog di Laura Bertozzi

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