IL RIO E IL PINOT NERO:

UNA STORIA DI ELEGANZA, SAPERE E PASSIONE
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Il Pinot Nero del Mugello non poteva aspettare. Non è stato affatto un inverno piovoso e sono riuscita a scegliere l’unico sabato di diluvio universale per andare a “Il Rio”, solo il Bilancino era felice di recuperare un po’ d’acqua dopo una lunga stagione a secco. Purtroppo il tempaccio mi ha impedito di visitare la vigna grande di Pinot Nero, ma poco male: tornerò a trovare Manuela e Paolo, eccellenti ospiti.

IL TERRENO

Da queste parti il terreno è argilloso: non a caso vicino alla vigna c’è una fornace. Si tratta di argille chiare, che conferiscono struttura, senza far perdere eleganza. Fra i filari de “Il Rio” cresce molto trifoglio, che sappiamo essere ottimo per la vigna (andate a leggervi il post su Tenuta Mareli) e l’impianto è a doppia spalliera (o lira savoiarda) per proteggere i grappoli dal sole diretto.

L’ARRIVO IN CANTINA

Molto spesso le cantine si trovano in cima a strade non asfaltate e Paolo Cerrini mi viene a prendere addirittura alla Stazione di Vicchio, per fare in modo che non abbia problemi a trovare la strada ed a destreggiarmi nel fango. Entriamo subito nella piccola cantina, nata dalla passione di un abile artigiano orafo fiorentino e di una giornalista di vini.

Con me c’è anche Alessandro, un enologo neolaureato, e Paolo non lesina spiegazioni neppure a lui, con una competenza enologica da professionista, schermendosi con tanti “ho letto sul libro di…”, come a voler minimizzare il suo bagaglio culturale, conquistato in anni di incontri e letture.

IL VIGNAIOLO

Per fortuna, l’animus dell’artigiano non l’ha abbandonato, ma anzi lo ha traslato nel suo modo di fare il vignaiolo e senz’altro si è portato due grandi virtù: l’umiltà e la riconoscenza. Pare quasi che non si renda conto di quanto sia apprezzato il suo Pinot Nero, raccontando di come fa il vino, di quante cose ha scoperto e di come quello che ha fatto sia merito di tanti esperti che lo hanno aiutato e continuano a farlo coi loro preziosi consigli. E non parliamo di illustri sconosciuti, ma di Tachis, Franz Haas, Federico Staderini ed altri… Se deve parlar bene di qualche vino, lo fa di quello dei colleghi, e si è letto il mio blog (che onore!), notando che ho una predilezione per la biodinamica, così mi consiglia qualche produttore biodinamico da scoprire.

LA CANTINA

Vediamo come fa il Pinot Nero questo fiorentino, espatriato nel Mugello. La fermentazione avviene sopra la cantina, all’aperto, in tini termocondizionati con fasce refrigeranti. I chicchi arrivano senza essere pigiati e qualche grappolo è intero e questo permette di fare un po’ di macerazione carbonica. Quando si torchia, i grappoli interi hanno ancora gli zuccheri e la fermentazione alcolica riparte. Una volta finito di fermentare, il vino viene trasferito nelle barriques per caduta. Il mancato utilizzo di pompe non stressa il pinot nero e consente solo l’estrazione dei tannini più gentili.

L’AFFINAMENTO

In barriques si svolge la malolattica che parte da sola subito senza necessità di inoculare batteri. Non vengono fatte follature fin dall’inizio, grazie ad un incidente di percorso iniziale: il primo anno Paolo era pronto con un bel ramo di albicocco per procedere con questa operazione, ma non si era accorto che lo spazio fra il soffitto ed il bordo del tino non era sufficiente ad introdurre il bastone e quindi non riuscì a follare, temendo molto la volatile. Invece, piacevole sorpresa, i chicchi interi rimasti avevano un buon sapore di ciliegia sotto spirito ed il tutto risultò molto armonico. Dopo 11 mesi di elevazione in barriques a tostatura leggera e non di primo passaggio, il vino passa in cemento per 6 mesi per stabilizzarsi grazie alla micro-ossigenazione.

OLTRE IL PINOT NERO

Però, Il Rio non produce solo Pinot Nero, ma anche Chardonnay e Sauvignon Blanc. E che ci fa il Sauvignon Blanc in Mugello? E’ frutto di uno degli incontri fra vignaioli: andarono da Niedris, perché Manuela vi doveva scrivere un pezzo e, aspettando che si liberasse, ebbe la carineria di aprire per loro una bottiglia di Sauvignon: beati da quei scorsi, decisero di piantarne poche barbatelle.

LA DEGUSTAZIONE

Dopo aver visitato la cantina, con un cicerone prodigo di aneddoti e generoso nel raccontare del suo lavoro, per nulla geloso del suo sapere, entriamo in casa, dove ci accoglie Manuela, che prima che di vino scriveva di economia e troviamo subito un filo conduttore, visto che per 10 anni ho scritto per una rivista de “Il Sole24Ore” e poi per tante altre riviste specializzate, oltre a 4 libri. Ma torniamo subito a parlare del vino, del tempo brutto, dei ritmi della campagna e della vita a Roma e Firenze, le città in cui ha abitato Manuela. Le chiacchiere scorrono fluide, come se ci conoscessimo da tempo, merito della capacità di Manuela e Paolo di mettere a proprio agio i loro ospiti, grazie ad una genuina e sincera gioia nel ricevere.

PRONTI PER STAPPARE…

Mentre Manuela taglia il pane e scolpisce un bel quarto di parmigiano, sulla tavola ci sono già il Ventisei ed il Rio, con le festose etichette disegnate da loro e Paolo vuole farmi assaggiare anche un bianco…riscende in cantina e torna con un bel trofeo in mano: il Sauvignon 2008, il loro secondo anno di produzione che non era neppure uscito in commercio. “Ah io non garantisco…lo si prova ma ci sta sia da buttare”, mette le mani avanti con la sua solita umiltà” e Manuela gli dà man forte. Io invece sono proprio curiosa e vengo ripagata!

Ci accomodiamo e con noi, sulle gambe del suo amico umano, si siede anche Boghino, un bellissimo gatto grigio (proprio la bellezza gli ha dato il nome, visto che con “Boghe” a Firenze si apostrofano i belli), che ha avuto la sfortuna di incontrare un cacciatore, che gli ha sparato rendendolo cieco. Non ci sente neppure da un orecchio e gli manca un rene per un altro brutto incidente…ma è tanto tanto amato!

Sauvignon 2008

Incredibile come i profumi tradiscano i 10 anni, a parte un pochino di miele d’acacia di leggera ossidazione piacevole e l’idrocarburo che ricorda il riesling, ma il fiore ed il frutto sono freschi. Ed in bocca che dire? Rotondo, di corpo ed una freschezza che un vino di 3 anni già non avrebbe più. Ascolto il suggerimento di Manuela: “lasciamolo un po’ lì, che magari ci dice qualcos’altro”, mentre non si stanca di conversare e mi chiede cosa ci faccia una con l’accento lombardo a Massa… ecco una fresca mela croccante, ancora la mineralità, stavolta di pietra bagnata, una nota balsamica ed in seguito l’albicocca.

Il Rio 2014

Nel 2014 non sono usciti col Ventisei, ma lo hanno derubricato al Rio: si sa è stata un’annata scellerata e, per rispetto ai loro acquirenti, non hanno etichettato nessun vino con la loro prima linea…ce ne fossero di persone così!

I profumi sono complessi, da annata vincente, piuttosto che da 2014: puliti ed eleganti ecco la cola, l’arancia sanguinella, la nota balsamica. In bocca è un vino corretto, ma un po’ sottile e con una retrolfattiva non troppo persistente, “da mezza sala” come dice Paolo, cioè che a metà sala te lo sei già dimenticato (spietato :-)!), ma per essere un 2014 è un signor vino. Come dico sempre, i bravi vignaioli, che hanno saputo ben selezionare e lavorare in maniera eccellente, ci hanno donato vini degni di nota.

Il Ventisei 2016

In questo vino è più deciso il frutto rosso, con una dolcezza di frutta fresca appena colta, la ciliegia, il sottobosco, un bouquet di fiori rossi su un letto di erbe aromatiche. In bocca è beverino, succoso, con un tannino già composto e vellutato. Elegante e pimpante, grazie alla sapidità ed alla viva freschezza. Chiude con i profumi che si sono trasformati in aromi e non ci abbandonano in fretta.

Sono ormai quasi 3 ore che sono al “Rio” ed è il caso che liberi Paolo e Manuela, non senza la promessa di rivederci presto, di una coccola al tenerissimo Boghino e di un suggerimento: vedere Mondovino, un film che mi guarderò non appena finito di scrivere questo post.

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