COSIMO MARIA MASINI

PASSIONE BIODINAMICA
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La “passione biodinamica” non è solo una vetrofania rossa sulle portefinestra,  ma il modo con cui i prodotti della tenuta sono coltivati e lavorati.

Non abbiamo scelto la giornata migliore per salire a San Miniato: piove abbondantemente e il vento sferza la cima dei cipressi “alti e schietti” del viale principale della tenuta, ma ci tenevo molto a visitare questa azienda, perché è biodinamica, perché la casa è una villa dei Buonaparte – e sottolinea giustamente la proprietaria “non Bonaparte come hanno francesizzato” -, perché ho una guida d’eccezione per quanto riguarda la parte architettonica, il mio amico architetto Federico Bracaloni, esperto di dimore storiche toscane.

Ci accomodiamo subito nella sala delle degustazioni, che ha un affaccio sulle dolci colline vitate, tentazione irresistibile per qualsiasi pittore o fotografo! Questa bellissima vista non ci distoglie dalla spiegazione dell’avvocato Maria Paoletti Masini, che ci racconta amabilmente la sua azienda, la filosofia che la ispira ed i suoi vini.

Innanzitutto la biodinamica, che è una vera passione, studiata in profondità e fatta propria. Ci racconta della sua nascita, grazie a Steiner, musicista, filosofo, pedagogo, conoscitore di Gothe, che si occupò di coltivazione dei terreni, perché fra le due grandi guerre era aumentato a dismisura l’utilizzo della chimica e qualcuno aveva già capito che sarebbe stata dannosa: i fertilizzanti sono antagonisti dei microorganismi e quindi nutrono la pianta ma depauperano il terreno. Dare fertilizzanti in superficie fa in modo che le radici non scavino in profondità alla ricerca del nutrimento, ma rimangano piuttosto superficiali, col rischio che nei periodi di siccità non riescano a prendere l’acqua necessaria dalle viscere della terra.

La biodinamica ha l’obiettivo di preservare ed aiutare la terra a dare frutti, rispettandola. Non mi addentro sulle modalità di coltivazione, l’attenzione alle fasi lunari, il sovescio e l’utilizzo dei preparati 500 e 501, ma rimando, per chi fosse interessato, al post che avevo scritto su Caiarossa e su 1701Franciacorta

Anche la Cosimo Maria Masini partecipa al progetto WWOOF, che consente uno scambio fra alloggio e lavoro nei campi a coloro che intendano pernottare nella tenuta.

LA VINSANTAIA

Dopo questa interessante introduzione riprendiamo gli ombrelli per visitare la tenuta, ben curata, senza nulla fuori posto ed una sintonia fra esseri umani e natura che si respira. La prima tappa è la Vinsantaia, situata nel corpo centrale della cantina.

E’ una stanza dalle molte finestre per consentire una continua aerazione, necessaria per la perfetta asciugatura dei grappoli di Trebbiano, San Colombiano, uva ad alto contenuto zuccherino presente da centinaia di anni nel pisano e soprattutto a Peccioli, e Malvasia, appesi in attesa di appassire dopo la raccolta di fine settembre e quindi già una surmaturi in vigna.

Una volta che le uve sono pronte, i mosti sono introdotti in piccoli caratelli da 50 e 100 litri in cui fermentano ed affinano sigillati senza più essere mossi per 5 anni. Terminata l’elevazione saranno imbottigliati col nome di “Fedardo”.

 

 

 

 

LA CANTINA E LA BARRICAIA

In linea con la biodinamica, non vengono addizionati lieviti e neppure altri prodotti enologici, durante la vinificazione. Inoltre si cercano di trattare le uve ed i suoi prodotti con la massima delicatezza: le vasche di acciaio in cui fermentano i bianchi ed il rosato sono interrate in modo da introdurre il mosto e non avere bisogno di successivi trasferimenti attraverso l’uso di pompe, visto che l’apertura della vasca è nel piano sottostante, dove troviamo anche vasche in cemento e troncoconici di rovere (dove viene vinificato il Nicole). La cantina è rivestita da piastrelle beige e rosse dei primi del novecento: una vera chicca!

Attigua alla cantina, anche la barricaia sorprende! Campeggia di fronte a noi una scritta luminosa, bianca e rossa, che ricorda cos’è il vino e come veniva considerato fin dall’antichità: un dono degli dei, anzi, il più bello! Le barriques in ordinate file verticali sono di terzo e quarto passaggio, per consentire l’elevazione dei rossi, ma non marcare troppo di legno il profumo del nettare degli dei.

LA DEGUSTAZIONE

A differenza delle mie precedenti visite, questa degustazione si è dipanata lungo un ottimo pranzo, di cui voglio parlare in un post dedicato, perché se lo merita anche la cucina!

Ma veniamo ai vini, che portano tutti il nome di qualche membro della famiglia dei proprietari o di personaggi importanti per la tenuta. Il trait d’union dei rossi è la presenza di un tannino già ben composto, nonostante si tratti di bottiglie piuttosto giovani. Credo che questo sia dovuto ad una pressatura particolarmente soffice ed anche al mancato utilizzo delle pompe. L’altro filo conduttore è la bevibilità: si tratta di vini frutto del territorio: altitudini non particolarmente elevate, clima mite e terreno ricco di fossili. Puntano molto sulla prontezza della beva e sulla facilità di abbinamento al desco quotidiano.

DAPHNE’ 2015

E’ il nome della nipote della signora Maria Paoletti Masini. Si tratta di un blend di Trebbiano e Malvasia, macerato sulle bucce. Affina in legno per 10 mesi, fa la malolattica e non viene filtrato. E’ un bianco di struttura e lo si capisce già dal colore dorato. All’olfazione una profondità che non si ritrova in bocca, dove si sente però una rotondità da rosso. Ha sentori minerali, vegetali ed una nota ossidata che lo rende un perfetto compagno di formaggi erborinati o di un buon paté di fegato.

 

 

NICOLE 2016

Prende il nome dalla figlia del cantiniere. Si tratta di un sangiovese in purezza, che quindi assaggio con profondo interesse, visto che, come sapete, Nebbiolo e Sangiovese sono i miei vitigni a bacca nera preferiti: coniugano eleganza (soprattutto il primo) e potenza e sono molto territoriali.

Le vigne hanno 18 anni e quindi ancora un bell’avvenire dinanzi, con la privilegiata esposizione sud-ovest, sul poggio più alto della tenuta. Affina in cemento ed in legno grande (troncoconiche di rovere), dove vengono eseguite follature quotidiane per sprigionare i profumi varietali.

Al naso ha uno spiccato elegante e profondo profumo di violetta, di prugna, di sottobosco. In bocca è rotondo, sapido, fresco vivo ed ha un tannino presente ma ben composto. Succoso e beverino. La retrolfattiva conferma il naso ed il finale è pulito.

Si sente che non è un Sangiovese del Chianti, ma del Pisano: non è austero e profondo, ma gentile e beverino ed è proprio il fascino di questo vitigno il fatto di rispecchiare la zona in cui viene prodotto.

COSIMO 2015

E’ il figlio della proprietaria e quindi il prodotto di punta. Si tratta di un blend delle migliori uve Sangiovese, Buonamico, Malvasia nera, Canaiolo e Sanforte, trovato nella vecchia vigna di 60 anni, per la prima volta vinificato in purezza nel 2016. La vinificazione è la stessa del Nicole, fa una macerazione importante (20 giorni sulle bucce) e l’affinamento avviene nelle barriques dove permane 12 mesi.

E’ un vino senza dubbio più complesso del Nicole. L’olfatto sprigiona viola, eucalipto, frutta rossa matura, liquirizia, ed in bocca è rotondo, fresco e sapido. Il tannino è setoso! È molto beverino ed elegante e chissà quante soddisfazioni che ci darà anche fra qualche anno con la terziarizzazione dei profumi. La retrolfattiva, intensa ed elegante conferma il naso.

FEDARDO 2008

Vinsanto non filtrato, prende il nome dallo storico e fidato contadino della tenuta che nonostante non sia più un ragazzino, si occupa ancora con passione di alcuni lavori in vigna.

Ha un intenso colore di ambra ed intenso è anche il profumo: biscotto, fichi secchi, pot pourri, albicocca disidratata. In bocca ha una bella spalla acida, che lo rende piacevole e beverino per essere un vin santo, sapido e lungo. Ritorna netto il biscotto in retrolfattiva.

LA VILLA STORICA

A questo punto sarebbe sacrilego non dare cenno della dimora storica, centro della tenuta ed importante patrimonio nazionale, non solo di San Miniato, dove i Buonaparte si trasferirono, cacciati da Firenze nel 1268 perché Ghibellini.

La Villa La Selva compare nel 1585 nella mappa dei Capitani di Parte, ma solo nel 1820 è registrata catastalmente come villa.

Nel 1709 Flaminio Buonaparte annota in un documento che nella tenuta della famiglia si è registrato un inverno rigido. Gregorio, canonico e figlio di Flaminio, costruisce l’oratorio.

Dall’800 vi è un’ulteriore evoluzione della tenuta prima con Vannucchi, accademico di botanica dell’Università di Pisa e poi con Rodolfi, che edifica la cantina e il giardino all’italiana.

L’ultima nota degna di nota è il passaggio di proprietà alla famiglia Masini, che dà un nuovo significativo impulso alle coltivazioni della tenuta, aderendo coraggiosamente (non è recentissimo) alla filosofia biodinamica.

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Il blog di Laura Bertozzi

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