IL TERROIR

Continuo a parlarvi di vini vulcanici, con queste due bottiglie che nascono da un vitigno fantastico, l’Aglianico, e da una zona particolarmente vocata, con tutta la passione e la perizia di due giovani di cui sentiremo a lungo parlare.

Cominciamo dal vitigno: l’Aglianico, che, come il Nebbiolo, è in grado di dar vita a prodotti eleganti, di struttura e grande longevità. Grande merito va dato anche al Vulture, un massiccio di origine vulcanica, che gode della presenza di due laghi, che mitigano il clima e di un terreno stratificato, prevalentemente argilloso, ricco di minerali preziosi per la vite.

Ma veniamo ai protagonisti di questi vini. Ho conosciuto Rocco, che con la sorella Erminia conduce l’azienda, un paio di anni fa a Terre d’Italia. Dopo aver passato la giornata a chiacchierare e degustare i frutti del Re Nebbiolo, ho voluto assaggiare quello che viene chiamato il Barolo del Sud, vale a dire l’Aglianico del Vulture. Per la verità si contende il titolo con il Taurasi, perché il vitigno è lo stesso, l’Aglianico appunto, che dona vini eleganti, strutturati e atti alla longevità proprio come il Nebbiolo. Ho incontrato un ragazzo appassionato della sua terra, un’alta montagna vulcanica, che sembra scagliata a caso nel bel mezzo della Basilicata, incredibilmente modesto, che pare non rendersi conto dell’ottimo vino che produce. Ma è proprio questo il segreto: aver mantenuto, ora che esportano in tutto il mondo, la genuinità e l’umiltà delle quattro generazioni passate, quando, fino a una quarantina di anni fa, l’Aglianico non era altro che uva da taglio per “irrobustire” i vitigni del nord di poca struttura.

I D’Angelo sono stati fra i primi a vinificare in proprio dopo una cinquantina d’anni di attività, quando nel 1971 è stata riconosciuta la DOC Aglianico del Vulture.

Produrre questo vino non è come tirar fuori un coniglio dal cilindro: solo una forte passione consente di lavorare i 35 ettari di vigne, tutte sopra i 650 metri di altitudine.

LA DEGUSTAZIONE

Si tratta, in entrambi i casi di Aglianico in purezza.

SACRAVITE 2016

Mentre valuto l’intensità del colore rosso rubino, che veste il bicchiere, mi sale alle narici il profumo della liquirizia, intenso e fine, senza neppure far ossigenare il vino. Faccio roteare il bicchiere e si sprigionano anche i profumi di eucalipto, di violetta, di ciliegia e di cassis. In bocca è bello beverino, proprio come i vini che piacciono a me: di carattere, ma al contempo eleganti e snelli! Ha una bella freschezza, è sapido e l’aroma in fin di bocca è altrettanto fine quanto l’olfatto ha dichiarato. Il tannino è pimpante, ma non scomposto. Un bicchiere tira l’altro!

 

CANNETO 2015

E’ il fratello maggiore del Sacravite: il vitigno è sempre l’Aglianico, ma eleva per 18 mesi in barriques e poi riposa 8 mesi in bottiglia, prima di essere messo in commercio. Fa gli onori di casa la frutta rossa, una dolce prugna in particolare, oltre ai frutti di bosco, che ci introducono ad una nota balsamica, che fa leggermente pizzicare il naso. Facciamolo ossigenare bene, in fondo sono già 3 anni che è chiuso in legno e poi in vetro, diamogli tempo di acclimatarsi. Ecco ora anche la liquirizia intensa, il cioccolato ed un pizzico di vaniglia e di tostatura. Il sorso è pieno, caldo, il tannino diventerà sicuramente setoso col passare degli anni, intanto è a trama larga, per nulla sgradevole, ma insieme all’acidità ci conferma che avrà lunga vita…fra 10 anni vi sorprenderà!